La mia paziente mi racconta che quando era piccola sua mamma piangeva e non si capiva perchè.
Gli uomini con cui ha avuto una relazione la sfruttano, non la lasciano essere quello che vorrebbe. Sente che è come se fossero legati alle sue caviglie e al collo, come catene che la fanno sentire imprigionata.
Sente che sono come sua mamma, dalla quale si sentiva imprigionata e che doveva guarirla. Si ricorda di quando aveva 8 anni e la mamma piangeva, lei doveva darle delle pacche sulle spalle per consolarla, mentre la mamma la ringraziava di esserci per lei.
Era un rapporto invertito dove lei doveva avere un ruolo materno verso sua madre.
Chiedendole di portare sua mamma nel proprio spazio, la percepiva  come un blocco nella pancia come una palla grigia.
Facciamo le frasi di Logo e arrivano nel suo spazio tutte le donne della sua famiglia che lei deve guarire.
Spesso nel lavoro di regressione non si opera solo per se stessi e per il proprio entourage, ma anche sul piano genealogico proprio come una costellazione che agisce nella rete famigliare in modo profondamente trasformante.
Sente tutte le antenate nella fronte, continuando a lavorare percepisce che si sciolgono le catene dalle caviglie e dal collo, la nonna e la bisnonna se ne vanno, ma la mamma non vuole lasciarla perchè è arrabbiata. Facendo le frasi sia sulla paziente che sulla mamma, anche lei se ne va e la sensazione che rimane è di pace profonda. Immagina di essere seduta di fronte al mare dopo il tramonto. Sente la nuca che si espande, pensa ai suoi figli sentendo che sono fortunati ad avere una mamma come lei. Sente leggerezza come se avesse sciolto un nodo. Si rivede bambina d’estate con gli stivali che cantava che la vita è bella e se la vuole goder. Torna a sentirsi libera come il vento. Visualizza il volo di una farfalla e un’aquila.

Spesso le nostre catene infantili si ripropongono nelle relazioni sentimentali come degli automatismi a cui non riusciamo a sottrarci e che riproponiamo in modo coatto indipendentemente dal patner che incontriamo.

 

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